21 novembre 2013

Zvonimir Boban, le lacrime di un capo zingaro


Un vero capo zingaro non dovrebbe piangere. Mai.

Deve nascondere i suoi sentimenti, non dare a vedere alla sua gente la gioia o il dolore. Non che non gli sia concesso avere emozioni. Questo no. Non gli e' concesso di manifestarle. Di mostrare un segno, anche minimo di debolezza. L'ardore del guerriero deve sempre avere la prevalenza su tutto. Sempre. Tranne che in un caso: se a 20 anni inneschi da solo una guerra contro il mondo e a 30 la vinci. Allora le lacrime si possono perdonare.

Il capo zingaro di cui stiamo parlando aveva due dei piedi migliori da cui i campi da calcio si siano fatti calpestare. Quei piedi appartenevano a Zvonimir Boban. E la guerra stavolta non è una metafora sportiva, c'e' stata davvero e non ha guardato in faccia a nessuno. Per anni ha ammazzato migliaia di persone nella ex Jugoslavia, ha distrutto case, strade, citta'. Ha messo fratello contro fratello, ha risvegliato un odio mai sopito e un orgoglio pericolosamente annientato per molti anni.

Dopo un'infanzia da predestinato Boban a vent'anni è già il capitano della Dinamo Zagabria. Di più, è già un capo. Perché il pallone, i compagni e gli avversari obbediscono ai suoi ordini anche quando lui non li impartisce. Perché i tifosi della Dinamo Zagabria sanno che in questo ragazzo dagli occhi tristi possono trovare uno di loro. Un croato vero, che non indulge alle simpatie nazionaliste della curva, vi aderisce con convinzione.

Perché quel capitano di vent'anni ha un sogno che vuole realizzare più di ogni altra cosa. Tornare un giorno nella sua città, capitale della Croazia, a festeggiare un successo della sua nazionale. E' una ragione di vita o di morte. Il calcio c'entra relativamente: è solo l'arma di cui la natura l'ha dotato.

Maggio 1990. Fra qualche mese la nazionale jugoslava parteciperà ai campionati del mondo di calcio che si svolgono in Italia. Dopo l'importante qualificazione, la squadra di Osim è attesa ad un ruolo di non secondo piano alla rassegna continentale dall'altra parte dell’Adriatico. Zvone Boban, punta di diamante dell'Under 21, è anche un titolare fisso della nazionale balcanica. Ma quei mondiali che sarebbero stati i primi della sua carriera li vedrà solamente in televisione.

Il 13 maggio allo stadio Maksimir di Zagabria si gioca la 33esima e penultima giornata del campionato jugoslavo. Di fronte ci sono le due squadre più importanti del calcio balcanico. Da una parte c'è la Stella Rossa di Belgrado, la squadra che, bene o male, si identifica con il governo centrale. Dall'altra la Dinamo Zagabria. Quella partita però non si giocherà mai. Gli ultras nazionalisti della Dinamo Zagabria intonano cori contrari al regime e brandiscono i vessilli fascisti degli ustascia di Pavelic. Dall’altra parte i tifosi belgradesi cominciano a devastare lo stadio di Zagabria, distruggendo i tabelloni pubblicitari e le strutture dello stadio. Da una parte e dall’altra cominciano a volare i seggiolini e le pietre. I poliziotti cercano di ristabilire la calma, ma sono pochi e tutti serbi e cominciano a caricare gli ultras della Dinamo Zagabria.

Boban si sente investito delle sue responsabilità e colpisce con un calcione volante un poliziotto che stava manganellando un tifoso croato. Le immagini, riprese dalla televisione jugoslava, fanno il giro del mondo. In tarda serata diverse centinaia di 'Blue Boys', gli ultras della Dinamo Zagabria, si riuniscono nella piazza centrale della città cantando l'inno nazionale della Croazia e inneggiando a Franjo Tudjman, il capo del partito di opposizione Comunità Democratica Croata che ha vinto largamente le elezioni. Fra loro il capitano Zvone Boban.

La Fifa lo squalifica per nove mesi, ma l'Italia si innamora di quel ragazzino dai piedi d'oro e se lo compra. Dopo un anno di apprendistato al Bari approda al Milan: in un decennio, quel decennio in cui i suoi coetanei si scannano nel suo paese e ai quali Boban non smetterà di pensare nemmeno un minuto, vince quattro scudetti e una Champions League. In squadra con lui c'è Dejan Savicevic: ''se la natura non ci avesse dato i piedi buoni - disse nel 1994 - saremmo su fronti opposti a spararci''.

L'anno dopo, a Dayton, si firmano gli accordi per la pace. La Croazia può finalmente giocare come nazionale e Boban la guida ai mondiali francesi del 1998. In panchina ritrova Blazevic, lo stesso che gli aveva affidato la fascia di capitano da ragazzino. Dopo un girone eliminatorio positivo ma non esaltante la Croazia approda agli ottavi dove supera la Romania con un rigore di Suker.

Il 4 luglio la sfida nei quarti e' con la Germania: a fine primo tempo Jarni lascia partire una bordata che trafigge il portiere tedesco: 1-0 e un sogno che si comincia a materializzare. Berti Vogts, allenatore della Germania, tenta il tutto per tutto: schiera in campo 4 punte, ma la Croazia, con la sapiente regia di Zvone supportato ai fianchi da Jarni e Stanic, prima del triplice fischio finale colpisce altre due volte, con Vlaovic e con Suker. Per la Germania è la disfatta, per la Croazia il trionfo: la semifinale, il tetto del mondo, per una neonata nazione di appena 4 milioni di abitanti.

In quel giorno di luglio a Lione si verifica così una di quelle strane coincidenze del destino per cui un capo zingaro ha il diritto di piangere. ''A pensarci bene non è il 3-0 sulla Germania, è una cosa ancora diversa - ha cercato di spiegare al termine della partita, in lacrime, ai giornalisti italiani - voi non potete capire che significato abbia questa vittoria per noi. E' molto di più di una partita. E’ una specie di liberazione, di definitiva conquista della libertà. Io lo so cosa significa. Ma lo sapete voi che quando giocavo non potevo neppure parlare croato, perché era proibito, era...era...è troppo bello'', e giù un sospirone solcato di lacrime.

Per un attimo perde la fermezza di quel suo sguardo chiaro e distoglie gli occhi. Non sa dire cosa gli si agita nel cuore. E per la prima volta si commuove per una partita di calcio, lui che ne ha fatte centinaia. Poi perde i sensi: mentre i suoi compagni festeggiano lui va giu', come una pera cotta. In semifinale la Croazia perde con la Francia, poi campione del mondo, quindi supera l'Olanda nella finalina e si piazza terza: tutto il mondo conosce e ammira la Croazia.

In quel giorno di luglio, a Lione, la Germania voleva la semifinale. La Croazia voleva uscire dagli spogliatoi con una maglietta bianca con su scritto 'Proud to be croat'. E queste cose di solito fanno la differenza.

Il grande Obdulio Varela, fece piangere un paese


Non credo che mai così tanta gente tutta insieme abbia pianto per una partita di calcio. Forse è ingiusto parlare di tragedia visto che non è morto nessuno (a parte qualche decina di suicidi riconducibili all'episodio) ma quello che è successo il 16 luglio 1950 davanti a 180mila spettatori rimane una delle pagine più cariche di tristezza della storia del calcio di tutti i tempi.

Il Brasile, una squadra perfetta, una macchina da gol, era arrivato in finale con un ruolino impressionante: 22 reti fatte in cinque partite, avversari strapazzati. Davanti aveva l'Uruguay, squadra solida che aveva faticato e lottato contro avversari ben più modesti. La finale, in quel Maracanà appena inaugurato sembrava una formalità: il Brasile avrebbe spazzato via i modesti avversari rioplatensi e tutto il paese si sarebbe lasciato andare ad una festa incredibile che sarebbe durata per settimane, il Carnevale più grande del mondo.

Per la verità non si trattava esattamente di una finale come la intendiamo noi, ma dell'ultima partita di un girone all'italiana da quattro squadre. Il Brasile aveva stravinto le prime due, l'Uruguay aveva ottenuto un successo striminzito e un pareggio. Ai padroni di casa sarebbe bastato un pari, ma in quel contesto non aveva senso accontentarsi: l'ultima partita sarebbe dovuta essere una mera formalità. I dirigenti della nazionale uruguaya chiesero ai loro una sconfitta onorevole, limitare i danni.

In quella nazionale c'erano Oscar Miguez, Ghiggia e 'el pepe' Schiaffino. Ma chi si oppose a quell'atteggiamento rinunciatario fu il vero protagonista di quella partita: il grande Obdulio Varela. Aveva 33 anni e la sua esperienza internazionale in quella squadra di giovani promettenti lo aveva fatto diventare il capitano. Un ragazzone tagliato con l'accetta, come ce lo racconta il mai troppo celebrato Osvaldo Soriano, che non aveva mai dato la mano ad un arbitro in vita sua perché non voleva che la gente sugli spalti pensasse che leccava il culo a chi comandava, che non aveva mai voluto posare in una foto ufficiale, perché lui era pagato per giocare e non per fare il fotomodello.

Quando entrò in campo decise di non guardare in alto: sugli spalti 180mila persone o forse più avevano già cominciato la festa, ma la partita si giocava lì sotto. Nel primo tempo il Brasile mise alle corde l'Uruguay che si difese con ordine e cercò anche di colpire in contropiede. Ma dopo due minuti della ripresa Friaca porto in vantaggio i padroni di casa. Al Maracana cominciò la festa, partirono i fuochi d'artificio per festeggiare il primo titolo mondiale di una nazione che viveva di calcio.

Fra quelle quasi 200mila persone Obdulio fu l'unico a capire cosa stava succedendo (''loro forse sapevano tutto del pallone, ma noi sapevamo tutto del calcio''). Raccolse il pallone in fondo alla rete e si avviò lentissimamente verso il centrocampo. Fra i fischi del pubblico, cominciò una lenta e pretestuosa polemica con l'arbitro, si fece mandare in campo addirittura un interprete. Raffreddo' gli animi, placo' il pubblico, innervosì quella feroce macchina da gol che non vedeva l'ora di ripartire.

E dopo venti minuti Ghiggia scattò sulla fascia, saltò due avversari e servì Schiaffino che pareggiò: il colosso, ora, aveva paura. Un pareggio sarebbe bastato al Brasile, ma sugli spalti del Maracanà cominciò a serpeggiare un brutto presentimento. E così, a dieci minuti dalla fine, fu ancora Ghiggia a battere il portiere brasiliano. Il Maracanà si ammantò di un silenzio non vero. Si sentivano solo le urla dei giocatori in campo che cercavano di pareggiare, senza riuscirci. Il gigante era lì, steso, colpito a morte da un pulcino. Tutto il paese era in una disperazione totale.

Ciò che avvenne quella sera è ammantato dalla leggenda. Obdulio e il suo massaggiatore andarono ad ubriacarsi nei bar dei quartieri malfamati di Rio. Incontrò un sacco di gente che piangeva. Lo riconobbero, si fece offrire da bere. Provò a consolare quella infinita tristezza. ''Obdulio ci hai fottuti'', gli disse un tizio grande e grosso con il quale passò la notte a sbevazzare da un bar all'altro.

''Mi sono accorto - racconterà a Soriano - che ero amareggiato quanto lui. Sarebbe stato bello vedere quel Carnevale, vedere come la gente se la spassava con una cosa così semplice. Noi avevamo rovinato tutto e non avevamo ottenuto niente. Avevamo un titolo, ma cosa importava in confronto a tutta quella tristezza? In Uruguay la gente doveva essere felice, ma io ero lì, a Rio de Janeiro, in mezzo a tutte quelle persone sconsolate. Se adesso dovessi giocare di nuovo quella finale mi segnerei un gol contro, sissignore''.

Obdulio Varela è morto povero, solo e malato a Montevideo nel 1996. La gente lo adorava, ma la sua federazione non si è mai ricordata di lui. Negli ultimi anni della sua vita ha fatto vari lavori, ha fatto il parcheggiatore, è stato impegnato a tenere alla larga curiosi e giornalisti. Dall'Olimpo del pallone dove certo si trova, non credo che il grande Obdulio voglia essere ricordato come capitano di quella nazionale che compì quell'incredibile impresa. Piuttosto come un uomo nato poverissimo, cresciuto per strada e che ha vissuto sempre con straordinaria dignità.

''Sono molto pentito di aver giocato. Se dovessi ricominciare la mia vita da capo, il campo di gioco non lo degnerei neanche di uno sguardo. No, il calcio è tutto uno schifo. Quando hanno provato a corrompermi non mi sono né arrabbiato, né li ho buttati fuori a calci, né li ho denunciati. Ho detto di no, che si cercassero uno con meno orgoglio di me. Io mi sono sempre basato su quella filosofia che ho imparato in strada: bisogna vivere, costi quel che costi, vivere, e in cambio bisogna lasciar vivrere. Bisogna guadagnarsi la vita, ma non è giusto infangare gli altri. Per questo io non ritornerei in un campo da gioco neanche se mi offrissero milioni. Io ci ho sofferto molto e non lo sopporto. Non vale la pena impegnarsi la vita in una causa che è sudicia e corrotta. Chi se ne sente capace lo faccia pure. Un bel giorno dovrà renderne conto''.

Jorge Carrascosa, il lupo che disse no ai colonnelli

Chiudete gli occhi e immaginate: alzare la coppa del mondo, con la maglia della propria nazionale, davanti al proprio pubblico. Chi da bambino non ha mai fatto un sogno così? Un sogno, appunto. Si sarebbe disposti a tutto per realizzarlo. A tutto, forse, o quasi. Perché c'é anche chi, a quel sogno, ha deciso di rinunciare, perché non era giusto e perché non ne valeva la pena.

La storia di Jorge Carrascosa è una delle più belle che ci ha consegnato la memoria del pallone del ventesimo secolo eppure è una delle più dimenticate: troppo grande, troppo incomprensibile fu il suo gesto, in un mare di indifferenza e di ipocrisia.

Terzino sinistro dell'Argentina degli anni Settanta, buono, ma non un fuoriclasse. Grande temperamento, però, quello del 'Lobo', il Lupo, Carrascosa, che gli aveva fatto guadagnare i gradi di capitano della Nazionale alla vigilia di quel campionato del mondo del 1978 sul quale Videla e i colonnelli che tenevano il paese sotto una delle dittature più spaventose del Novecento avevano investito tutto per diffondere all'estero l'immagine di un'Argentina Felix.

La cosa, almeno fino a un certo punto, funzionò. Un paese intero, provato da una dittatura sanguinaria, per un mese si fermò. Non si fermarono (se non per quelle due ore in cui scendevano in campo Mario Kempes, Bertoni e le altre glorie nazionali) le torture negli scantinati di Buenos Aires, le feroci cacce al nemico orchestrate dalla tripla A, l'Alleanza anticomunista argentina, le persecuzioni degli oppositori. Non si fermarono quei voli della morte che hanno gettato, vive, nell'oceano, decine di migliaia di persone, sopratutto ragazzi, come quelli con la maglia albiceleste che facevano sognare un popolo. Non si fermarono il pianto e la rabbia delle madri di Plaza de Mayo che chiedevano verità e giustizia per i loro figli desaparecidos, scomparsi nel nulla.

E non si fermò il grande tourbillon del calcio. Videla e i suoi soci fecero di tutto per ottenere l'organizzazione del mondiale e ci riuscirono. E fecero di tutto per portare all'Argentina quel titolo mondiale che non era mai arrivato. La squadra era ricca di talenti: oltre a Kempes e a Bertoni c'era un altro grande attaccante come Luque, c'era il bizzarro Ardiles, c'era il monumentale libero Daniel Passarella. Ma non c'era lui, il Lobo, Jorge Carrascosa. Non certo il più talentuoso di quella nidiata dove emetteva i primi vagiti anche Diego Maradona (non convocato però per il mondiale), ma di sicuro il più carismatico. L'anima di quella squadra.

El lobo disse di no. Volto' le spalle ai suoi colonnelli, gettò a terra la sua fascia perché non voleva sporcarla di sangue. Non disse una parola, non la dirà mai più. A trent'anni non ancora fatti lasciò la nazionale, un anno dopo il calcio. Non avrebbe avuto senso alzare una coppa per quella gente, che teneva l'Argentina piegata dal terrore. Sarebbe stata una coppa sporca. Ma la storia, anche quella del calcio, la scrivono i vincitori e dalle mani di Videla, che nel giorno della finale aveva accanto il gran maestro della P2 Licio Gelli, quella coppa la riceverà Daniel Passarella.

Bella squadra, quell'Argentina. Ma che per vincere fece davvero di tutto. Come quella che è passata alla storia come la 'Marmelada Peruana', la vittoria per 6-0 sul Perù che le ha consentito di accedere alla finale (serviva infatti una vittoria con molti gol di scarto per superare il Brasile nella differenza reti). Il Perù schierò in porta Ramon Quiroga, 'el loco', argentino appena naturalizzato peruviano, che incassoò sei gol da comiche e anni dopo ammetterà la combine. Prima di quella partita lo spogliatoio peruviano ricevette una visita di Videla con il Segretario di Stato americano Henry Kissinger. Il governo argentino aveva appena regalato un milione di tonnellate di grano al Perù, e venne aperta una linea di credito di 50 milioni di dollari. E sulla corruzione della squadra peruviana ci fu anche un coinvolgimento, mai chiarito, del narcotraffico colombiano.

La finale contro l'Olanda del calcio totale (orfana di Cruyff, rimasto a casa per un altro mistero mai davvero chiarito), arbitrata non senza polemiche dall'italiano Guido Gonella, vide l'Argentina vincere 3-1 dopo i supplementari. Si racconta che Menotti, l'allenatore, chiese ai suoi di non guardare i militari, ma la gente in estasi assiepata sugli spalti: ''non vinciamo per quei figli di puttana, vinciamo per alleviare il dolore del nostro popolo''.

In quei 120 minuti una nazione si fermò. Accanto al Monumental di Buenos Aires dove si giocava la gara del secolo c'é la Escuela de Mecanica de la Armada, uno dei luoghi di detenzione più sanguinario, e in quei 120 minuti si fermarono anche le torture. Li', come nel Garage Olimpo. Là dentro, in mezzo ad un paese in delirio, c'erano migliaia di prigionieri che si stavano facendo lentamente ammazzare. Avrebbero voluto essere là fuori, ad ubriacarsi e far festa con gli amici per il primo titolo mondiale dell'Argentina. Ma non avevano vinto loro, avevano vinto quelli che li stavano ammazzando. El Lobo Jorge Carrascosa dette un calcio ai suoi sogni di bambino e non volle essere uno di quelli.

L'irrefrenabile tentazione del copia/incolla

Condividete, diffondete, copiate, incollate.

Su Facebook è facile abboccare all'irrefrenabile tentazione del copia/incolla che fa scempio e abuso della credulità popolare. In questi anni ne sono girate di tutti i colori: notizie false, allarmistiche, razziste, fuorvianti. C'è chi ci sorride, c'è chi prova a combatterle, con scarsissimi risultati. Il guaio, però, è che in molti ci credono.

Fra le bufale più innocue ci sono quelle sulla privacy: messaggi che chiedono di fare una serie di operazioni sul profilo in nome di una maggiore riservatezza, ma che non hanno nessun effetto. La versione di novembre, aggiornata alla nuova brutta e disfunzionale organizzazione feisbucchiana, chiede agli utenti di deselezionare foto e giochi. L'effetto dell'operazione descritta in realtà, consente solo all'utente che lo fa di non vedere più le notifiche sui giochi e sulle foto dell'utente che si è selezionato. Tutto qua.

Gli effetti però a volte sono comici.

Come segnala il blog La Batusa stamattina ci è cascato il sindaco di Piacenza, Paolo Dosi


Il sindaco di Piacenza, per quel poco che lo conosciamo, è una persona squisita, usa sempre toni pacati, è di una gentilezza e cortesia rare. Molti suoi concittadini quindi, stamattina, nel leggere una cosa di questo tipo si sono un po' allarmati: se una persona così mite - hanno pensato in molti sulle rive del grande fiume - si scaglia in maniera così decisa contro qualcosa, deve essere qualcosa di grave.

E invece no, amici piacentini, state tranquilli, non è niente di grave.

Il vostro sindaco è stato contagiato dall'irrefrenabile tentazione del copia/incolla, ma passerà.

Il sindaco però è un lavoro importantissimo e delicato, i social network sono uno straordinario strumento per comunicare con i propri concittadini. Minacciare di cancellarli non è propriamente una geniale strategia di comunicazione politica. Un po' d'attenzione in più non guasterebbe.

Arpad Weisz, il profeta del calcio europeo morto ad Auschwitz

   Era l'allenatore più vincente di tutti gli anni Trenta: un po' come Mourinho e Capello messi insieme, però molto più giovane. Un mito indiscusso del pallone, una gloria che aveva inventato un modo di giocare forse non bellissimo, ma estremamente concreto e vincente. La follia nazista non ne ebbe pietà: dopo tre scudetti in Italia, affermazioni europee dello stesso valore che oggi daremmo ad una Champions League, Arpad Weisz, genio del calcio, ebreo ungherese, trovò la morte, con la sua famiglia, ad Auschwitz, condividendo la stessa sorte di altri sei milioni di persone.

   La cosa che forse più rattrista di tutta questa vicenda è stata forse però l'oblio in cui è caduta per decenni: ci ha pensato Matteo Marani con 'Dallo scudetto ad Auschwitz', un gran bel libro, a riportare alla luce questa vicenda ed a costringere società sportive ed istituzioni pubbliche a ricordare in maniera doverosa questo personaggio, anche per omaggiare il tributo pagato dal mondo dello sport alle persecuzioni razziali.

    Weisz, chiuse presto la propria carriera da giocatore, per accomodarsi in panchina: a trent'anni allenava l'Alessandria, da dove passo' all'Ambrosiana Inter dove, nella stagione 1929-30 arrivò il suo primo titolo italiano. Grande conoscitore del calcio, autore di un celeberrimo manuale, Arpad Weisz si rivelò anche un formidabile talent scout: fu lui, infatti, a scoprire ed a lanciare Giuseppe Meazza.

   Ma l'apice della sua carriera Weisz la toccò a Bologna dove arrivò nel 1935 per dare vita ad un biennio nel quale la squadra rossoblù sarà la più vincente d'Europa.

   Bologna è stata forse una delle città dove la storia del calcio e quella del regime fascista si sono intrecciate. Merito anche di Leandro Arpinati, ras cittadino fino al 1934, nonché uomo del regime per il mondo dello sport: Arpinati fu infatti presidente della Figc e del Coni e orchestratore dell'assegnazione e dell'organizzazione del campionato del mondo del 1934 all'Italia. A lui si deve anche la discussa costruzione dello stadio di Bologna, il 'Littoriale', che ancora oggi, intitolato a Renato Dall'Ara, ospita le partite casalinghe del Bologna.

   Fu proprio Renato Dall'Ara, imprenditore reggiano che dette il via ad un trentennio di straordinari successi per i rossoblu', ad ingaggiare Arpad Weisz.

   Nonostante l'approvazione delle leggi razziali fosse ancora piuttosto lontana, il regime fascista non solo non vedeva di buon occhio l'impiego di calciatori stranieri nei tornei italiani, ma era arrivato perfino a metterli al bando, salvo escogitare una fantasiosa e fortunata eccezione, quella degli oriundi, che permetteva ai sudamericani con ascendenze italiane di partecipare al campionato italiano.

   La norma, vista nella prospettiva di ciò che sarebbe successo dopo, appare più nazionalista che xenofoba: si sosteneva infatti che sarebbe stato impossibile per giocatori 'antinazionali' competere in qualsiasi disciplina dello sport italiano.

   Ad alcuni stranieri, tuttavia, venne concesso di lavorare in Italia: il commissario straordinario del Coni, Augusto Turati, disapprovò l'ingaggio di tecnici stranieri e impose alle società che volessero far sedere in panchina un allenatore non italiano, di ottenere una specifica autorizzazione. Fra questi, appunto, Arpad Weisz.

   Appena arrivato a Bologna porterà subito i rossoblù al successo con due scudetti consecutivi, nel 1935-36 e nel 1936-37. Era un Bologna che segnava poco, quello di Weisz, ma che aveva una solidità ed una concretezza incredibili. Con i gol di Schiavio, ormai una leggenda dopo il titolo di campione del mondo, e con l'apporto di Biavati, Andreolo e Reguzzoni, diventerà nota e passerà alla storia come la 'squadra che tremare il mondo fa'.

   Il successo più grande è però quello riportato al Torneo dell'Esposizione di Parigi nel 1937. Allora non esisteva la Coppa dei Campioni e la sfida fra le più importanti squadre europee organizzata in Francia, poteva essere considerata come un vero campionato europeo per club: tanto che vi prese parte anche il Chelsea, campione d'Ingilterra, mentre la nazionale, in quel periodo, rifiutava sdegnosamente la partecipazione ai campionati del mondo ritenendosi troppo superiore. Il Bologna si sbarazzò senza troppa difficoltà dei francesi del Sochaux e dei cechi dello Slavia Praga e trovò in finale proprio i maestri del Chelsea.

   Il pronostico sembra scontato, ma il Bologna ha Weisz in panchina e sull'ala sinistra Carlo Reguzzoni, il miglior mancino d'Europa, giocatore ignorato dalla nazionale che prima che i maestri se ne rendessero conto aveva già fatto tre gol (e un altro lo aveva segnato Busoni). Alla fine sarà 4-1 ed un trionfo che consacra il Bologna come miglior squadra d'Europa e Weisz come profeta del calcio.

   Nel frattempo, però, in Italia si approvano le leggi razziali. All'inizio del campionato del 1938 i giornali sportivi bolognesi annunciano che il Bologna, senza clamori e senza spiegazioni, ha cambiato allenatore: via il plurivincitore Weisz, ritorna Fellsner, austriaco che aveva già allenato i rossoblù.

   Arpad Weisz, ebreo e straniero, è costretto a lasciare l’Italia con la la moglie Elena e i due figli Roberto e Clara. Dopo una breve sosta a Parigi, i Weisz si stabiliscono in Olanda, a Dordrecht, dove Arpad allena la locale squadra di calcio. La famiglia Weisz viene però arrestata nel 1942, portata nel campo di raccolta di Westerbork e da lì nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Elena, Roberto e Clara muoiono subito, nelle camere a gas. Weisz sopravvive fino al 31 gennaio 1944.

   Bologna, l'Italia, il mondo del calcio, se ne sono dimenticati per sessant'anni: come se due scudetti e una specie di Champions League non contassero nulla, come se una delle più grandi tragedie della storia dell'umanità non avesse toccato il mondo del calcio. Oggi, grazie anche al libro di Marani, una targa nello stadio di Bologna intitolato al presidente che lo aveva assunto ma che non fece (forse non poté) fare niente per salvarlo, ricordano il genio del calcio ucciso dall'umana bestialità.