Visualizzazione post con etichetta La politica vista da dietro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta La politica vista da dietro. Mostra tutti i post

16 giugno 2014

Ho sognato la diretta streaming

Stanotte ho sognato la diretta streaming.

Da una parte c'erano quelli del Pd, dall'altra la delegazione del Movimento 5 Stelle.

Non avevano l'aria né di prendersi per il culo, né di fare le barricate puntando allo 0-0.

Quelli del Pd proponevano l'Italicum e quelli del M5S stavano a sentire. Poi dicevano loro che sì, a parte qualche boiata di quelle che vengono fuori quando una cosa delicata come una legge elettorale si fa insieme al partito d'opposizione, pensando entrambi a trarne il massimo profitto alle prossime elezioni, tutto sommato è utile garantire una governabilità a chi vince.

Poi anche quelli del M5S illustravano la loro idea di legge elettorale e quelli del Pd li stavano a sentire. Poi dicevano ai cittadini-portavoce che sì, a parte qualche boiata di quelle che vengono fuori quando una cosa delicata come una legge elettorale si fa in modalità wikipedia coinvolgendo paranoici, onanisti e ingegneri nucleari, tutto sommato non è una brutta idea.

Allora quelli del Pd rilanciavano: "ok, cari cittadini della rete, facciamo l'accordo sulla legge elettorale, ma facciamolo anche sulle riforme costituzionali: la Camera approverà in via esclusiva la fiducia, le leggi di bilancio e avrà in mano il pallino del processo legislativo. Il Senato si occuperà, insieme alla Camera, di leggi costituzionali e elettorali, elezione del presidente della Repubblica, diatribe Stato-Regioni ed avrà alcune materie in cui approverà le leggi in seconda lettura".

Gli amici di Beppe Grillo ascoltavano silenziosi, ma un po' perplessi.

"Il Senato - andavano avanti i simpatici delegati Pd - sarà ovviamente elettivo, che quella storia di farci andare i sindaci a tempo perso non lo dicevamo mica sul serio, era solo per placare un po' di quello spirito populista che avete fomentato voi. Ma lasciamo stare, scordiamoci il passato. Magari riduciamo il numero di deputati e senatori, ma non troppo, perché lo sapete anche voi che in Parlamento bisogna che ci sia una rappresentanza sensata e ragionevole dei territori e delle categorie".

"Perché - la buttavano là in una clima di crescenti ammiccamenti i messi del presidente del consiglio - non facciamo insieme una legge elettorale coerente con questo progetto? Voi, o simpatici mattacchioni che non si sa come mai vi siete innamorati del proporzionale, ci concedete una legge elettorale per la Camera chiaramente maggioritaria, in cambio vi buttiamo sul piatto la possibilità di eleggere il Senato in maniera proporzionale. Tutto con le preferenze, niente liste bloccate che, diciamoci la verità, facevano schifo anche a noi".

I portavoce dei cittadini si guardavano intorno perplessi, con un'espressione a metà fra chi fiuta la fregatura e chi spera di aver svoltato.

Nel frattempo quelli del Pd sfoderavano quella sfacciataggine tipica dei venditori di enciclopedie porta a porta: "Vedete, amici pentasperati:  se riusciamo ad approvare queste riforme, poi possiamo andare a votare. E dopo le elezioni, pensate che figata, chi vince fa un governo che può attuare il suo programma in maniera spedita. In compenso non può cambiare le regole, eleggere il presidente della Repubblica e decidere di smontare pezzi di stato senza cercare un accordo con la minoranza, perché il Senato - proporzionale proporzionale - è lì per tutelare tutti. Chi vince comanda. Chi perde è tutelato e può lavorare per vincere la volta dopo".

Nella delegazione dei rappresentanti dei cittadini qualcuno si lasciava scappare un sorrisino.

Poi uno dei duri e puri "Manigoldi! - tuonava - Lo fate solo per ricompattare il vostro partito e per dare la colpa a noi del fatto che volete mandare in esilio Corradino Mineo e Vannino Chiti in un agriturismo della montagna pistoiese!".

Ma i carinissimi vessilliferi piddini non si scomponevano, anzi sghignazzavano: "Beh, sì, quello in effetti era l'obiettivo di riserva… Ma pensate solo a una cosa - rilanciavano melliflui - se accettate questa proposta e approvate insieme a noi le riforme, Berlusconi si trasferisce definitivamente a Cesano Boscone e voi vi accreditate agli occhi degli elettori come una forza responsabile e che non sa solo fare casino. E' questo che vi è mancato per vincere le europee come invece pensavate, no?"

Gli alleati di Farage si dimenavano sulla sedia, qualcuno era contento della proposta e voleva accettare subito, qualcuno scriveva un sms a Casaleggio, qualcuno sparava dei tweet di frustrazione, qualcuno chiedeva la consultazione della rete (eh, lo so, erano tantissimi….), qualcuno voleva mettere la diretta streaming in Costituzione, ma aleggiava un certo ottimismo.

A quel punto mi sono svegliato tutto sudato.

Dovrei stare più leggero a cena.


09 giugno 2014

Alcune cose che Livorno dovrebbe insegnare al Pd

Il risultato di Livorno, dove il centrosinistra per la prima volta ha perso il Comune, insegna alcune cose al Pd, reduce dal trionfo elettorale di appena due settimane fa.

Nella politica bipolare si può vincere e perdere ovunque e comunque. Certo, ci sono luoghi dove le tradizioni, il radicamento, l'impostazione complessiva, dove vincere o perdere è un po' più facile che altrove. Ma perdere Livorno e vincere in zone considerate tradizionalmente di centrodestra, significa che ogni vittoria va conquistata.

A Livorno il Pd è stato autoreferenziale e ottuso. Ha presentato un candidato sbagliato, uscito da una serie di vicende che hanno dato una pessima immagine del Pd, e che dopo essere stato candidato sindaco ha provato immediatamente a prendere le distanze dal sindaco uscente, come se non avesse fatto il segretario del partito e il capogruppo in Regione. Ha rifiutato il dialogo con altri pezzi di centrosinistra e ha spianato la strada al Movimento.

Tutto questo significa soprattutto una cosa: quando il Pd fa il Pd, e cioé incarna (o comunque riesce a trasmettere, che in campagna elettorale sono praticamente la stessa cosa) un messaggio di progresso (vorrei dire di sinistra, ma ultimamente è diventata una parola troppo equivocabile) vince.

Quando rappresenta la conservazione perde.

Lo dimostrano i risultati nazionali degli ultimi anni e lo dimostrano anche quelli dei singoli comuni: Livorno è solo l'ultima dimostrazione.

Si può provare ad applicare questo semplice schema ad ogni elezione, nazionale e locale degli ultimi anni e ci si renderà conto che è (quasi) sempre vero.

23 maggio 2014

Il centrosinistra per la prima volta ha paura dei ballottaggi

Dal 1993 in Italia esistono i ballottaggi: nei Comuni con più di 15mila abitanti, se nessun candidato raggiunge il 50%, si fa uno spareggio fra i due più votati per decidere chi diventa sindaco.

Il centrosinistra, tendenzialmente, ha beneficiato più del centrodestra di questa innovazione politica: in un ventennio in cui il centrodestra è stato più vincente a livello politico, il centrosinistra è riuscito a vincere un numero significativamente maggiore di Comuni. E questo è avvenuto anche grazie ai ballottaggi.

Prendendo in esame le elezioni amministrative svolte dal 1993 al 2013 nei capoluoghi di provincia, si vede che il centrosinistra ha vinto nel 61,8% dei casi, il centrodestra nel 36,6%, poco più della metà.



(Risultati delle elezioni comunali in Italia nel periodo 1993-2013)

Un successo reso possibile anche grazie ai ballottaggi, che, in sintesi, sono andati così: il centrosinistra ha vinto il 66% dei ballottaggi che si sono svolti, circa 2 su 3. Nel 16,7% il centrosinistra ha vinto dopo che al primo turno era in svantaggio, impresa che al centrodestra è riuscita solo nel 7,5% dei casi


(Risultati dei ballottaggi nei Comuni capoluogo nel periodo 1993-2013)

Ho fatto lo stesso calcolo dividendo l'Italia in tre "ecosistemi" politici: il nord, le cosiddette regioni rosse (Emilia-Romagna, Toscana, Marche e Umbria) e il centrosud.

Al nord, dove il centrodestra è tradizionalmente forte grazie anche al radicamento della Lega Nord, il centrosinistra ha avuto un grandissimo successo nei ballottaggi, tanto che al centrodestra quasi mai è riuscita la "rimonta".

(Risultati delle Comunali nei capoluogo delle regioni del nord nel periodo 1993-2013)
(Risultati dei ballottaggi delle Comunali nei Comuni capoluogo delle regioni del nord nel periodo 1993-2013)




Nelle regioni rosse il successo del centrosinistra è stato, comprensibilmente, ancora più schiacciante (circa l'82% di vittorie) e anche nei ballottaggi il successo gli ha sorriso in 3/4 dei casi, sempre partendo da una posizione di vantaggio.

(Risultati delle Comunali nei capoluogo delle regioni rosse nel periodo 1993-2013)

(Risultati dei ballottaggi delle Comunali nei Comuni capoluogo delle regioni rosse nel periodo 1993-2013)



Al centro-sud, invece, zona dove spesso per il centrosinistra sono state lacrime e sangue, la situazione è più equilibrata, ma il centrodestra è comunque in svantaggio. Svantaggio che si fa ancora più evidente quando si prende in esame l'andamento dei ballottaggi.


(Risultati delle Comunali nei capoluogo delle regioni del centro-sud nel periodo 1993-2013)

(Risultati dei ballottaggi delle Comunali nei Comuni capoluogo delle regioni del centro-sud nel periodo 1993-2013)



Tutti questi grafici per dire cosa? Che i ballottaggi sono un meccanismo che negli ultimi vent'anni ha favorito il centrosinistra. I motivi sono essenzialmente due:
1) una migliore capacità di mobilitazione degli elettori del centrosinistra rispetto a quelli del centrodestra (vanno a votare più volentieri anche quando non c'è la posta in palio del governo del paese e lo fanno senza problemi anche a distanza di due settimane):
2) una migliore capacità di produrre una classe dirigente locale e radicata sul territorio.

Le elezioni di quest'anno, però, fanno registrare per la prima volta un'anomalia: il centrosinistra ha, nel Movimento 5 stelle, un avversario che sulla carta si preannuncia molto forte proprio su questo campo, come insegna il caso-Parma di due anni fa, quando Federico Pizzarotti vinse il ballottaggio nonostante lo svantaggio.

In molti Comuni in cui si va al voto (a cominciare da quelli delle regioni rosse) il centrosinistra potrebbe avere i voti necessari per essere in vantaggio al primo turno, ma non sufficienti per evitare il ballottaggio.

E il ballottaggio con i candidati del M5S rappresenta tutta un'altra storia rispetto agli "abituali" ballottaggi con le forze di centrodestra: sia per la capacità di mobilitazione, sia perché potrebbe essere più facile, per il movimento di Beppe Grillo, raccogliere al secondo turno i voti che al primo sono andati al centrodestra, i cui elettori potrebbero decidere di dare un voto per penalizzare l'avversario storico, puntando sulla novità a 5 stelle.

E' per questo motivo che il centrosinistra, per la prima volta in vent'anni, ha paura dei ballottaggi.

03 aprile 2014

Ma voi lavorereste gratis?

La presidente della Provincia di Bologna Beatrice Draghetti oggi è triste come lo sono tutti i suoi colleghi.

La Camera ha approvato il decreto Delrio, quello per intendersi che non abolisce le Province, ma le trasforma in enti di secondo livello. Ovvero che salva la dimensione territoriale che, per come è fatta l'Italia (la sua storia è tutta fondata sul rapporto fra le città e il suo contado) è l'ambito territoriale più concreto che c'è, ma ne elimina la dimensione politica rendendo questo nuovo ente uno strumento nelle mani dei sindaci per organizzare dei servizi che richiedono una dimensione territoriale un po' più grande di uno o più Comuni.

Qui, dell'approvazione di questa legge, siamo parecchio felici, anche perché sul tema poteva nascere un gigantesco casino.

Tutto bene, ma c'è un però.

Per salvare questa legge da un'imboscata parlamentare al Senato, è stato inserito un emendamento che ha un suo senso: gli attuali presidenti delle Province (molti di loro sarebbero "scaduti" a maggio) rimarranno in carica fino al 31 dicembre: una sorta di commissariamento dolce che ha il comprensibile compito di gestire la transizione.

Con una postilla, ultimo dispetto che chi ha scritto la legge ha voluto fare a questo ente che, spesso a ragione,  sebbene con qualche esagerazione, è stato considerato la causa di tutti i mali: il presidente-commissario dovrà lavorare gratis per sette mesi. Zero indennità.

La presidente della Provincia di Bologna Beatrice Draghetti, giustamente, si è risentita: ma come si può pretendere che una persona che ha preso un aspettativa (se dipendente) o sacrificato la propria attività se libero professionista, possa svolgere gratuitamente per sette mesi un lavoro che peraltro è privo di onori e carico di beghe nella gestione di una transizione che semplicissima non sarà?

Mi immagino già le obiezioni: soldi per le Province ne sono già stati spesi anche troppi, si facciano bastare quelli che hanno già preso.

Ma la domanda è: voi lavorereste gratis?

Perché considerando che l'amministratore locale è un lavoro impegnativo, che richiede un mucchio di tempo, il continuo taglio delle indennità a me è sempre sembrata una cosa profondamente ingiusta. Non ingiusta per i "poverini", ingiusta per la collettività.

(Il fatto che ci sia un mucchio di gente che non se li merita non è un obiezione valida - per rispondere al grillino che è in me - perché dobbiamo dare teoricamente per scontato che chi assume democraticamente una carica pubblica se lo meriti o comunque abbia il consenso necessario per farlo).

Di questo passo (anzi per molti versi è già così) fare l'amministratore pubblico, specialmente in una realtà non grande, come un Comune o una Provincia non sarà più conveniente. Io vorrei che chi mi amministra fosse bravo, non povero.

Siccome le bollette le dobbiamo pagare tutti e siccome ognuno è tenuto a farsi legittimamente i propri conti, una carica di amministratore pubblico (pro tempore) è una cosa a cui le migliori professionalità non aspirano più, perché non più vantaggioso (se fatto con onestà, obviously).

Fra pagare bene chi si occupa di politica pretendendo in cambio la massima trasparenza ed efficienza e pagare poco sentendosi poi liberi di dire "tanto sono tutti uguali, tutti fanno schifo", io ho sempre saputo da che parte stare. 

29 marzo 2014

I grillini sono d'accordo con Quit the doner e non lo sanno

Beppe Grillo, dal suo ineffabile blog, ha assegnato il prestigioso riconoscimento di giornalista del giorno a Quit the Doner, blogger intelligente e pungente, che con il Movimento 5 Stelle non è mai stato tenero. La messa all'indice, riguarda, in particolare un passaggio da lui scritto su Linkiesta

Il nostro dare per scontato un certo grado di libertà non ci permette di vedere un fenomeno come il movimento 5 stelle per quello che è realmente: qualcosa di pericoloso per la democrazia e per la libertà di stampa. Seriamente pericoloso.
Il movimento di Grillo si autocelebra come portatore della verità rivelata e assoluta, espressione unica e univoca della volontà popolare, in opposizione a un magma indistinto di affaristi, corrotti uniti dalla volontà di nascondere la suddetta verità per i propri sordidi scopi personali a cui gli elettori possono credere solo nella misura in cui non capiscono. La visione rientra nella più classica delle strutture complottiste-paranoiche, secondo le quali chi “non è con noi” non solo “è contro di noi” ma è anche in malafede e al soldo di qualcun altro. La politica per i cinquestelle non è rappresentanza d’interessi compositi, ma si configura come la dialettica di illuminati vs resto del mondo. La struttura delle sette, degli estremisti religiosi e dei sistemi totalitari.

Con una posizione del genere, ovviamente, si può essere o meno d'accordo.

Se non lo si è, bisognerebbe essere in grado di spiegare perché si ritiene che sia una posizione falsa

Quit the Doner della mia solidarietà per l'odiosa pratica di mettere dei giornalisti all'indice non se ne fa di niente.

Probabilmente sarà più interessato alla implicita e inconsapevole solidarietà dei grillini che, sul blog di Beppe, contestano la sua tesi, con l'abituale periodare colorito, con argomenti che, di fatto, gli danno ragione.

Ecco un'antologia dei commenti

Ammesso che sia giornalista, segnaliamolo all'ordine (affinché non lo aboliamo è li). Poi, seguiamo la ns strada perché più questi coglioni parlano male di noi e più la gente è con noi. Non l'hanno capito e non diciamoglielo

 chi è sto rincoglionito che scrive queste cose?? perchè non ci mette la fima? la faccia?? comunque, ormai si sono accorti di essere cadaveri che camminano, possono solo rimandare le elezioni, ma prima o poi ci andremo a votare!!!!!

Scusate, ma in 56 anni NON ho MAI, dico MAI sentito nemmeno parlare di un giornaletto come LINKIESTA! E poi LINKIESTA DI COSA? Delle BUFFONATE??? Quanti nostri soldi si beccano per scrivere CONTRO il 20-25% degli Italiani che lo pagano "a loro insaputa".Per me possono chiudere ieri sera i battenti che non mi importa assolutamente niente! O è anticostituzionale? Oppure il finanziamento che vi prendere è DEMOCRATICO e COSTITUZIONALE??? Andate a quel paese distruttori dell'onestà!!! 

sperava che lo pubblicassimo sul blog, almeno qualcuno lo legge, solo che nessuno gli crede qui e non perchè pensiamo di essere nel giusto, ma perchè siamo super-sicuri di essere gli unici ad esserlo ahahahh

Questo pseudo-magaricicredediesserlo-giornalista, come riesce a guardarsi allo specchio tutte le mattine? Secondo me lo evita. Come fa incrociare lo sguardo della gente che sa' esattamente come lui tutte le fregnaccie che si racconta da solo? Vergogna e stupratore del nostro splendido intelletto.

Ma vergognati infame....nemmeno di fronte a tanta gente per bene che si suicida riesci ad esprimere un opinione a favore dei cittadini...leccaculoooo sei il nulla, quando toglieremo i finanziamenti ai giornali ne vedremo delle belle 
...Quit...ma perché non lasci stare ? Ma dove vivi ? Chissà chi ti paga ? Non certo il popolo !

Dietro ci sono solo interessi finanziari, è sotto gli occhi di tutti. Questo qui, o è un cretino, o è pagato dalle lobby e dai partiti affiliati alle lobby. Non sono un complottista ne un paranoico ne penso che i 5s detengano lo scettro della verità assoluta. La questione è semplice vogliono arraffare a più non posso sono dei ladri a cui si aggiunge una certa imbecillità politica.
Illuminati contro il resto del mondo. Più chiaro di così....

28 marzo 2014

La frase più significativa della visita di Obama in Italia

Ora che Obama è ripartito, ho deciso qual è, secondo me, la cosa più importante che ha detto durante la sua permanenza a Roma.

Quando al Colosseo ha incontrato Dario Franceschini, il presidente gli avrebbe detto: "Che bello! Fare il ministro della cultura e del turismo in Italia dev'essere il mestiere più bello del mondo!!!" (con tre punti esclamativi.

"Machedavvero?"


Obama ha detto una cosa talmente ovvia che per anni ce ne siamo dimenticati.

Quando Tremonti diceva che con la cultura non si mangia in tanti hanno fatto gli offesi, ma sotto sotto pensavano che avesse ragione lui.

Perché in Italia, è inutile far finta, c'è un pregiudizio anti-culturale radicatissimo, che nel migliore dei casi etichetta i soldi spesi in cultura come "spreco di denari pubblici".

Come se prendersi cura della bellezza non fosse uno dei compiti principali dello stato.

Come se la bellezza non avesse a che fare con tutta la nostra economia.

Io proverei ad accettare il consiglio: a considerare cioè il ministero della cultura e del turismo (indipendentemente da chi lo occupa) come quello più importante di tutta l'attività di governo: più dell'economia, più del lavoro, più dello sviluppo economico. E poi vedere l'effetto che fa.


19 marzo 2014

Ecco perché sulle Province sta per scoppiare un casino tremendo

"Le Province sono enti inutili, da abolire".

Questa affermazione è diventata, negli ultimi anni, una sorta di mantra della politica italiana sulla quale sembravano tutti d'accordo. Non senza tutta una serie di ragioni valide e logiche: aumentare i centri di potere sul territorio spesso complica le cose e crea tutta una serie di ostacoli burocratici di cui si potrebbe fare a meno. Senza contare il risparmio, più simbolico che risolutivo, degli stipendi di presidenti e assessori.

Ma si tratta di un tema scivolosissimo, sia dal punto di vista pratico sia da quello psicologico, tanto che gli ultimi due governi su questo aspetto ci si sono fatti male.

Oltre agli ovvi motivi di gestione del potere territoriale (tema troppo spesso sottovalutato nelle dinamiche che portano a scelte politiche nazionali) c'è da tener conto di un altro aspetto: se la Provincia (intesa come ente) è considerata poco utile, la provincia (intesa come definizione territoriale) è l'ambito più reale che ci sia nel nostro paese: la storia italiana è tutta fondata sul rapporto fra la città e il suo "contado" e non è un caso se moltissime organizzazioni della società civile (partiti, sindacati, associazioni di categoria) sono fondate proprio su scala provinciale.

Il ddl Delrio pareva aver trovato un buon compromesso: le Province rimangono (anche per non creare vuoti normativi o indigeribili accrocchi geografici) ma decadono i loro organi. Diventano cioè enti di secondo livello, una sorta di associazione dei Comuni governata dai sindaci, ai quale decidere, d'intesa con le Regioni, quali servizi delegare.

Dopo l'approvazione alla Camera, il ddl è impantanato al Senato, dove è ingarbugliato con la legge elettorale, bloccato da una serie di veti incrociati, ostruzionismi e opposizioni più o meno latenti.

Il casino scoppierà perché il tempo stringe.

Entro i primissimi giorni di aprile (la legge parla di 55 giorni) il ministero dell'Interno dovrà convocare le elezioni amministrative, che saranno il 25 maggio, insieme alle Europee. Vanno al voto 4mila Comuni e, se il ddl non sarà approvato in tempo, anche una cinquantina di Province, alle quali, teoricamente, se ne aggiungerebbero un'altra ventina che sono state commissariate negli anni scorsi.

Se, nei prossimi dieci giorni, il Parlamento non approverà il ddl (che quasi inevitabilmente dovrà poi tornare alla Camera per le inevitabili modifiche) il ministero dell'Interno sarebbe teoricamente tenuto a convocare le elezioni anche per le Province.

In realtà sul tema c'è dibattito: la legge di stabilità, infatti, prevede, come successo l'anno scorso, che in attesa di una formale abolizione delle Province dalla Costituzione, le Province che vanno a scadenza siano commissariate. Tuttavia molti Tar hanno già dichiarato illegittimo il commissariamento e alcune Regioni hanno annunciato di ricorrere alla Corte Costituzionale. Il governo e il ministero dell'Interno (guidato dal leader di un partito, il Nuovo Centrodestra, che non è fra i principali fan del ddl Delrio) potrebbero essere, insomma, in imbarazzo a varare un decreto di commissariamento che riguarda circa tre quarti delle Province italiane. Ma ancora più in imbarazzo ad indire un'elezione per enti con una ravvicinatissima data di scadenza.

Se venissero indette le elezioni, insomma, in moltissime contrade d'Italia i partiti saranno costretti a cercare persone disposte a candidarsi ed impegnarsi in una campagna elettorale per una carica che potrebbe durare un anno o anche meno. E convincere i propri elettori a votarli per una cosa che, molto probabilmente, servirà a poco.

Completa il quadretto un'incertezza complessiva che riguarda i Comuni che vanno al voto: dai più grandi (il percorso delle città metropolitane sarà rimandato un'altra volta) ai più piccoli. Quelli sotto i tremila abitanti, a due mesi dalle elezioni, non sanno se avranno un consiglio composto da sei (come dice la legge attuale) o da dieci componenti (come prevede un emendamento al ddl). Quelli sotto i mille abitanti non sanno se avranno o meno la giunta.

Dulcis in fundo, visto che il ddl Delrio è legato a doppio filo all'approvazione della legge elettorale ed alle riforme istituzionali, temi su cui non solo il Governo si è impegnato a tal punto da metterci in palio la propria faccia, ma su cui si fondano anche le alleanze con la maggioranza per l'esecutivo e quella con Forza Italia per le riforme, ecco perché il pericolo più grosso per il Governo, al momento, sembra arrivare ancora una volta dalle innocue, inutili e bistrattate Province.

11 marzo 2014

Renzi ricompensa gli elettori del Pd

Con l'annunciato taglio dell'Irpef per andare ad alleggerire il cuneo fiscale, Matteo Renzi ha annunciato di fare una cosa che il centrosinistra italiano, nelle sue esperienze di governo, praticamente non ha mai fatto: premiare i suoi elettori.




Il taglio dell'Irpef, secondo lo schema che è stato anticipato (poi, ovviamente, saranno da vedere ed analizzare con attenzione regole, modalità e, soprattutto, coperture) segna però un primo dato di fatto molto interessante. Il taglio, per come è stato concepito, andrebbe infatti a beneficio di chi ha una busta paga (e quindi un lavoratore dipendente) inferiore ai 1.500-1.600 euro. Sono tagliati fuori i pensionati, i commercianti, gli artigiani e i lavoratori cosiddetti atipici. Oltre che i lavoratori dipendenti più facoltosi e quelli che guadagnano talmente poco da non pagare, di fatto, l'Irpef.

Si tratta, in sostanza, di un atto assunto nell'interesse della constituency del Partito Democratico: impiegati, operai, insegnanti, dipendenti pubblici, ovvero quella larga fetta di Italia che non si trova in una condizione di povertà, ma che negli ultimi anni ha visto deteriorarsi la propria situazione economica: se dieci anni fa facevano parte della medio-piccola borghesia adesso sono, spesso, poco sopra il livello di povertà. Che non possono beneficiare di rendite particolari e che non hanno mai (anche perché non ne avevano possibilità) attinto all'integrazione dell'elusione fiscale.

Un blocco sociale che, in larga maggioranza, in questi ultimi anni si è affidata al Partito Democratico. Ma che potrebbe, in un futuro non lontano, non farlo più se non vedesse un segnale concreto da parte della forza politica che ha votato negli ultimi anni.


28 febbraio 2014

Francesca Barracciu e il giustizialismo/garantismo intermittente

Francesca Barracciu è stata nominata sottosegretario alla cultura dopo che era stata fatta ritirare dalla corsa alla presidenza della Regione Sardegna per un'inchiesta che l'aveva coinvolta.

Non mi permetto di esprimere giudizi sulla persona (che non conosco) e non entro nel merito della vicenda giudiziaria che la riguarda.

Ma i casi sono due: o è stato un errore farla ritirare dalla corsa alla presidenza (dopo che peraltro aveva vinto le primarie) o è stato un errore nominarla sottosegretario.

Questo giustizialismo/garantismo a intermittenza è l'ennesimo indizio di un rapporto malato fra politica e giustizia.


18 febbraio 2014

Un sindaco a Palazzo Chigi. E' (praticamente) la prima volta

Checché se ne pensi di Matteo Renzi prossimo presidente del consiglio e qualunque sia il giudizio che si dà sul modo con cui questa presa di potere è avvenuta (qui su quest'ultimo punto siamo abbastanza critici) ci sono alcuni elementi di novità che destano una certa curiosità.

Sono il fatto che Renzi sarà il più giovane presidente del consiglio dell'Italia Repubblicana, che porterà a Palazzo Chigi una velocità di comunicazione inedita e soprattutto la sua energia che anche i critici più feroci gli riconoscono.



Ma c'è un altro aspetto, un po' sottovalutato che secondo me è da tenere altrettanto in considerazione. Matteo Renzi sarà, praticamente, il primo presidente del consiglio dell'Italia repubblicana ad essersi formato politicamente nelle amministrazioni locali anziché nei partiti e nelle aule parlamentari. Tecnicamente non si tratta del primo sindaco a diventare premier: Emilio Colombo, senatore a vita recentemente scomparso, capo del governo dall'agosto 1970 al febbraio 1972, ha fatto il sindaco di Potenza dal 1952 al 1954.

Ma i due casi sono imparagonabili: Emilio Colombo è stato un giovanissimo membro dell'assemblea costituente e la sua carriera politica si è sviluppata e svolta dentro le istituzioni centrali. La sua parentesi da sindaco (all'epoca eletto dal consiglio comunale e non direttamente dai cittadini) è più da considerarsi come un aspetto della gestione del potere a livello periferico della Democrazia Cristiana, che non come un reale impegno cittadino tanto che mentre faceva il primo cittadino, Colombo (allora si poteva) è rimasto seduto anche in Parlamento.

Un sindaco a Palazzo Chigi è dunque una novità, a mio avviso positiva, per varie ragioni.

Uno) In tempi di crisi della credibilità politica l'istituzione locale è, in linea di massima (le eccezioni ci sono sempre), quella che ha tenuto un po' meglio nella fiducia dei cittadini. Perché un sindaco, dalla città al piccolo paese, è conosciuto e riconosciuto. Le critiche, quando se le merita, generalmente se le becca in faccia.

Due) Un sindaco ha quotidianamente a che fare con scuole, strade, disastri, problemi quotidiani, piccoli e grandi. Che devono essere risolti in poco tempo e con pochi soldi.

Tre) Un sindaco è generalmente abituato a prendersi le colpe delle cose che non funzionano.

Quattro) Il sindaco è un lavoro nel quale non puoi bluffare. Se sei immobile, indolente o inadeguato lo si capisce dopo pochi mesi.

C'è però anche una grandissima controindicazione.

Da una ventina d'anni a questa parte, legittimato da un sistema che lo elegge direttamente, il sindaco è abituato a governare quasi da monarca assoluto, senza contropoteri politici significativi. Il consiglio comunale è sostanzialmente ridotto ad un coro greco che gli fa da controcanto in sottofondo. Ma che non ha il potere di sostituirlo. Rapportarsi con il Parlamento, che peraltro non ha una maggioranza granitica come avviene nei Comuni, sarà una cosa completamente diversa.

E c'è soprattutto l'incognita delle incognite, che sta sopra e, contemporaneamente, tiene insieme tutti questi aspetti: ovvero la presa del palazzo da parte di un provinciale.

Il provinciale è abituato ad agire localmente, con un pragmatismo spicciolo ma generalmente molto circostanziato. Nello stesso tempo, però, è consapevole che la sua provincia non è il centro del mondo e quindi, tendenzialmente, più disponibile all'apertura ed a guardare fuori dalla finestra con occhi più curiosi e meno supponenti. Per questo motivo, generalmente, mal tollera Roma, i suoi riti, i suoi modi e le sue regole. Il provinciale, insomma, ha, di solito, un altro modo di agire rispetto a chi è nato, cresciuto e gioca in casa nei tradizionali palazzi del potere. Provinciali (nel senso che ho voluto dare a questa espressione) sono gli imprenditori più dinamici del nostro paese. Provinciali sono stati pochissimi uomini di governo dell'ultimo mezzo secolo.

Per un provinciale prendere il potere porta con sé straordinarie opportunità e straordinari rischi. Il risultato lo vedremo presto.

12 febbraio 2014

L'elettore Pd e la sindrome di Jesse Pinkman

Jesse Pinkman (co-protagonista di Breaking Bad, chi non lo conosce può farsene una veloce idea QUI) è un tipo per il quale alla fine si prova simpatia. Proprio come per l'elettore del Pd.



JP, ha dei vizi, delle debolezze e delle meschinità (ma chi non ne ha, alla fine?) che lo condizionano nel suo agire. Eppure, pur in mezzo ad una situazione non semplicissima, JP ha un'etica. E' proprio quell'etica che, in mezzo a tanta malvagità, non solo in genere lo fa apparire moralmente migliore degli altri, ma spesso e volentieri gli salva anche la pellaccia in situazioni che sembravano disperate.

JP, in fin dei conti, non vorrebbe fare la vita che fa. Nasce in una buona famiglia, quando lo conosciamo - è vero - è già un po' smarrito. Ma non crede di essersi cacciato in un casino così grosso. E tutto sommato ha delle aspirazioni di una vita normale: JP sa innamorarsi, sa affezionarsi alle persone, sa essere un buon amico.

Eppure a JP gliene succedono sempre di tutti i colori. E' colpa delle scelte che fa - mi si obietterà - ed è vero. Ma è anche vero che, a prima vista, le scelte di JP appaiono spesso obbligate, quando non addirittura di buon senso. Gli dicono: "JP, tranquillo, stavolta non sarà come l'altra volta, stavolta sarà diverso". E lui si fida. O meglio, si affida a persone che si rivelano poi poco raccomandabili. E una volta che ci si è affidato, che ha fatto accendere dentro di sé la speranza, arrivano i guai, sistematicamente.

JP difende le scelte che fa. E' leale nei confronti delle persone a cui si è affidato, almeno fino a che la sua etica glielo permette, anche se è spesso costretto a compiere azioni che, in una situazione normale, non compierebbe mai. Ma JP non si trova mai in una condizione normale. MAI. Ed è costretto a farci i conti.



Spesso JP pensa di scappare, pensa di andarsene, pensa di chiamarsi fuori una volta per sempre. Sembrerebbe una scelta sensata. Ma JP, semplicemente, non può farlo. Rimane condizionato nella spirale della scelta precedente, che condiziona (e rende ogni volta più difficile) quella successiva.

E nel frattempo, JP prende sempre e invariabilmente un sacco di botte.

Non ricorda terribilmente l'elettore del Pd?

10 febbraio 2014

I grillini non sono dei potenziali stupratori. Sono degli adolescenti

La definizione che la presidente della Camera Laura Boldrini ha dato dei frequentatori del blog di Beppe Grillo e degli elettori del Movimento 5 Stelle come potenziali stupratori a me è parsa parecchio esagerata e credo che così, in senso assoluto, non la pensi nemmeno lei. Certo, nei grandi numeri, ci sarà qualche potenziale stupratore, ma, credo io, non di più e non di meno che fra gli elettori degli altri partiti. Fra i sostenitori del movimento ci sono anche tante persone in gamba e gente con buone idee.

Dal punto di vista politico, invece, i grillini sono degli adolescenti.

Sono arrivato a questa conclusione facendo una sommaria statistica fra le persone che conosco e per come intervengono nei dibattiti politici.

Mi spiego meglio.

Stando a questa mia approssimativa analisi ho notato che fra i miei coetanei (anno più o anno meno, io ho 34 anni) chi quando era adolescente (16-17 anni) si occupava, direttamente o indirettamente di politica, da qualsiasi posizione e con qualsiasi tipo di impegno, oggi è profondamente critico con Grillo e con il suo movimento. Chi invece pensava che la politica di cui gli altri si appassionavano fosse una cosa noiosa, da secchioni sfigati, oggi è fra i più attivi sostenitori dei 5 stelle.

E nel dibattito (sulle varie bacheche Facebook ce ne sono degli spaccati interessantissimi) questa cosa ha un effetto piuttosto plastico. I 30-40enni che da ragazzini si occupavano, o comunque erano interessati, delle vicende della propria scuola, della propria città, del proprio paese, all'epoca avevano un entusiasmo e una foga che oggi hanno perso. Perché sono cresciuti, hanno fatto altre esperienze, e dalla politica, in linea di massima, hanno avuto più amarezze, incazzature e travasi di bile che gioie. Le loro posizioni si sono fatte più sfumate, più problematiche. Le loro emozioni più consapevoli. Qualcuno è impegnato dentro i partiti, qualcuno la politica la legge sui giornali con occhio critico e arrabbiato, qualcuno quei giornali li scrive. Quasi tutti, per un motivo o per un altro, ad un certo punto hanno detto "basta, non mi fregate più", quasi tutti ci sono ricascati.

I supporter del Movimento 5 Stelle (e lo dico con un certo affetto e anche una certa invidia) sono vergini. A loro, al liceo, la politica non interessava minimamente, in nessuna sua forma. Non partecipavano alle assemblee di istituto, facevano gli aeroplanini con i volantini, guardavano molta tv, facevano altre cose, rivendicando, nei confronti dei loro coetanei noiosi e secchioni, di spendere il loro tempo in maniera più divertente ed utile.

Ed oggi, nelle discussioni, si rivolgono ai loro coetanei con quel tono netto, reciso e perentorio che gli altri avevano a 16 anni e che oggi non hanno più.

La cosa che più colpisce più di ogni altra cosa, a ben vedere, è lo sfasamento temporale.

Avere la verità in tasca, sostenere che le proprie posizioni siano basate su fatti talmente oggettivi che chi non le vede è scemo o corrotto, essere arrabbiati di default, protestare in maniera a volte scorretta e sopra le righe, avere un'incrollabile fede nelle proprie soluzioni per cambiare il mondo e considerare ogni ostacolo un nemico da annientare. A 16 anni pensarla così non solo è normale, ma è anche giusto, positivo, salutare. Fa parte del modo di essere di quell'età (come dice il poeta, "Ogni adolescenza coincide con la guerra, che sia falsa che sia vera") è un percorso di crescita molto importante.

A 30-40 anni fa un po' ridere: è un'adolescenza politica fuori tempo massimo.

Alcuni degli attivisti del movimento (perfino fra i deputati) io li ho riconosciuti. Erano quelli che non partecipavano alle assemblee di istituto, non s'interessavano dei problemi della propria scuola, della propria città o del proprio paese, prendevano in giro chi lo faceva ed usavano il proprio tempo in maniera più utile: che fosse cercare di entrare ad "Amici" o al Grande Fratello o prendersi una laurea a pieni voti. E d'altronde il regolamento del Movimento 5 Stelle taglia fuori da ogni incarico che ha avuto precedenti esperienze.

Adesso vogliono okkupare la scuola, partecipare alle assemblee di istituto, far sentire la loro voce che il mondo dei grandi ignora. L'adolescenza è una malattia dalla quale si guarisce con il tempo. E' successo a tutti.


24 gennaio 2014

Perché le preferenze non sono il problema

Il dibattito sulla legge elettorale si è avvitato sul problema delle preferenze e forse era inevitabile che andasse a finire così, visto che sono anni che ci ripetiamo, e a ragione, che il Porcellum non ci permette di scegliere i parlamentari.

Le preferenze non sono però il problema principale della legge che è in discussione, passata alle cronache con l'orribile nome Italicum, dalle assonanze sinistre. Anche se l'ideale sarebbero stati i collegi uninominali, i collegi plurinominali mi paiono un buon compromesso fra conoscenza diretta dei parlamentari da eleggere e mancato ricorso alle preferenze che sono un oggetto delicato e spesso un po' losco dalle quali si può tranquillamente stare alla larga.

Il problema principale sono le soglie.

Se l'ispirazione di questo modello elettorale era la legge elettorale dell'elezione del sindaco, alla quale il doppio turno richiama, ci sono delle distorsioni che lo rendono un'altra cosa. Un po' come se si dicesse: ok, applichiamo le regole del gioco del calcio, però il portiere non può toccare la palla con le mani, il palo conta come un gol, ed è rigore anche se c'è un fallo a centrocampo. Tattiche e modi di giocare cambierebbero nettamente e i risultati pure.

L'Italicum fissa una soglia del 35% per ottenere il premio di maggioranza senza ballottaggio (nelle comunali è il 50%) e una soglia di sbarramento del 5% per i partiti coalizzati (che nelle comunali teoricamente non esiste) e dell'8% per quelli non coalizzati (nelle comunali è al 3%). Sempre meglio del Porcellum si dirà. Vero, quasi tutto è meglio del Porcellum, ma con queste soglie può succedere (e sono abbastanza convinto che sotto sotto sia quello a cui punta Berlusconi) che un partito con il 23% possa ottenere da solo il 53% dei parlamentari. Non solo, ma può succedere che il terzo partito possa andare, da solo, al Governo.

Sembra difficile da capire, proviamo a spiegarlo con un esempio.

Mettiamo che il centrodestra prenda il 36%, il centrosinistra il 30%, il M5S il 24%. L'altro 10% diviso fra una serie di partiti che, da soli, non riescono a sfondare la soglia dell'8% e quindi rimangono fuori dal Parlamento. Ipotizziamo che all'interno del centrodestra i voti fossero così divisi: Forza Italia 23%, Lega Nord 4,5%, Ncd 4,5%, Fratelli d'Italia 4%. E che nel centrosinistra il Pd prendesse il 26% e Sel il 4%. In questo scenario il centrodestra vincerebbe le elezioni e prenderebbe il 53% dei parlamentari che però, visto che i tre partiti coalizzati non avrebbero superato la soglia di sbarramento andrebbero tutti a Forza Italia. Che si ritroverebbe così, da sola, al governo del paese, pur essendoci altri due partiti con più voti e che, sommati, avrebbero meno della sua rappresentatività parlamentare.

E' un caso estremo, lo so. Ma possiamo considerare buona una legge elettorale che, in via teorica, potrebbe permettere al terzo partito italiano di andare da solo al governo? Per non parlare della sproporzione della incongruità del premio di maggioranza che darebbe una rappresentatività di circa due volte e mezzo i voti presi.

P.S.: una nota metodologica sul dibattito. Possiamo evitare che i sostenitori di Renzi dentro al Pd dicano che è una legge elettorale fantastica a prescindere, che gli oppositori di Renzi dentro al Pd dicano che è una legge elettorale pessima a prescindere e che quelli del Movimento 5 Stelle dicano che se ne devono andare tutti affanculo a prescindere? Ve ne sarei grato.

13 dicembre 2013

Rimborsi elettorali: il 2xmille potrebbe anche convenire (a qualcuno)

Con il decreto sul finanziamento ai partiti approvato dal Consiglio dei Ministri, che abolisce i rimborsi elettorali e introduce la possibilità per i cittadini di contribuire con il 2 per mille dell'Irpef, i partiti, alla fine, potrebbero anche non rimetterci troppo rispetto al 2012. Ma dipenderà da loro: dalla loro credibilità e dalla capacità di coinvolgere i propri elettori, facendo loro capire di essere meritevoli di un finanziamento.

Certo, vista l'aria che tira, sarà difficile che un numero consistente di elettori-contribuenti decidano di versare una parte della propria Irpef ai partiti (se non lo fanno i soldi vanno allo Stato, non rimangono al contribuente), ma se ci riuscissero potrebbero avvicinarsi alle quote incassate nel 2012, già più che dimezzate rispetto ai rimborsi monstre degli anni precedenti.

Nel 2012 il montante dell'8 per mille è stato di un miliardo e 150 milioni circa. Auspicando che il Pil cresca, e quindi anche l'Irpef, si può ipotizzare che il due per mille dell'Irpef valga, spicciolo più, spicciolo meno, circa 300 milioni, circa il triplo dei rimborsi del 2012.

Facciamo finta (è un calcolo molto impreciso, gli appassionati di numeri mi perdoneranno, ma è tanto per avere un'idea di grandezza) che la media del contributo Irpef sia una decina di euro (circa l'80% dell'Irpef lo pagano dipendenti e pensionati e ovviamente ci sono grosse disparità).

Se il Pd, tanto per fare un esempio, convincesse i tre milioni che hanno votato alle primarie a devolvere al partito il 2x1000 dell'Irpef otterrebbe, più o meno, lo stesso ammontare dei rimborsi elettorali del 2012.

E ora chi paga?

Doverosa premessa: non sono né ideologicamente favorevole né ideologicamente contrario al finanziamento pubblico alla politica. Dipende dalle circostanze.

Le circostanze sono:

1) che nel 1993 un referendum ha sancito l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti dopo le malversazioni di Tangentopoli;
2) che il finanziamento è stato reintrodotto sotto forma di rimborso elettorale;
3) che con questi soldi (troppi) si è fatto di tutto e non solo finanziare la politica.
4) che il sentimento collettivo in Italia, basato più sull'incazzatura che sul ragionamento è profondamente contrario a finanziare la politica coi soldi di tutti.

Ma le circostanze sono anche che:

1) fare politica costa;
2) i soldi vanno trovati dove sono, quindi, principalmente, fra le grandi aziende;
3) che i partiti in Italia, salvo poche, forse una sola, eccezioni non sono trasparenti, non sono contendibili, sono anzi spesso padronali;
4) che abolendo il finanziamento pubblico ai partiti il finanziamento diverrà inevitabilmente privato. E che quindi i partiti consegneranno una parte delle proprie azioni e delegheranno una parte della propria iniziativa programmatica a chi li finanzia.

Poi, il finanziamento pubblico ai partiti si può anche abolire.

Ma senza:

1) una legge che imponga limiti e paletti ben precisi;
2) una che vincoli i partiti al rispetto di regole democratiche;
3) una che regolamenti l'attività di lobby;
4) la pretesa di una trasparenza totale.

Il rischio è che:

1) La politica dei partiti finisca in mano a non si sa chi;
2) I programmi sui vari temi vengano decisi dalle aziende che di quei vari temi si occupano (se dico slot machine, magari mi spiego meglio);
3) Il finanziamento illecito prosperi;
4) Il found raising nei partiti finisca per diventare più importante della proposta politica.

E quindi, se davvero vogliamo abolire il finanziamento ai partiti è necessario sapere

1) Chi paga chi;
2) Per cosa paga;
3) Per quali motivi lo fa;
4) In che maniera chi paga riesce a condizionare chi prende i soldi.

10 dicembre 2013

Dieci cose che ho capito dopo le primarie del Pd

1) Matteo Renzi ha poco tempo. Il Partito Democratico è delicato, la sua posizione rischia di logorarlo. Se si andasse al voto oggi probabilmente andrebbe incontro ad un trionfo clamoroso. Fra un anno potrebbe non essere più così.

2) Conseguenza del punto uno: la vita del governo è più breve. Forse brevissima. Considerando che alla fine di maggio ci sono le europee le eventuali elezioni politiche dovrebbero svolgersi, al massimo, entro l'inizio di aprile.

3) Serve, ovviamente, la legge elettorale. Gli alleati di governo potrebbero avere interesse a guadagnare tempo e quindi fare melina. Per fare la nuova legge elettorale, probabilmente servirà un patto con il diavolo.

4) Grillo ora ha paura. Le sue sparate degli ultimi giorni lo dimostrano. Se il Pd riprende le battaglie che hanno innescato la nascita del Movimento 5 Stelle, i grillini si riducono a percentuali irrisorie.

5) Hanno votato tre milioni di persone. Sono quelli che votano sempre. Il popolo di sinistra, il popolo delle primarie.

6) I due milioni di voti, personali, per Matteo Renzi devono fargli passare le paranoie, non deve aver paura che quelli che gli stanno intorno possano essere più bravi di lui. La sua legittimazione, a questo punto, è indiscutibile.

7) Il Pd è cambiato fondamentalmente. Il passaggio del dipartimento economico da Stefano Fassina a Filippo Taddei ne è la dimostrazione plastica.

8) La sinistra italiana avrà presto una nuova autorappresentazione di se stessa. Dove, tanto per fare un esempio, la parola meritocrazia non sarà una parolaccia.

9) Ovviamente questa nuova autorappresentazione non piacerà a tanti e questo non potrà che produrre dei contraccolpi che non saranno di semplice gestione.

10) Il successo clamoroso di Renzi nelle regioni rosse dimostra che la sinistra italiana è rimasta vittima del proprio successo proprio nelle zone dove è più forte ed organizzata.

04 dicembre 2013

La vera storia del tweet di Emiliano

Del tweet del sindaco di Bari Michele Emiliano se n'è parlato fin troppo. Ha risposto per le rime ad una studentessa che auspicava che il sindaco di Bari chiudesse le scuole. Si è scomodata la sociologia, la comunicazione, la politica, l'educazione. Non ci interessa. O meglio, ci interessa, ma abbiamo fatto un'altra cosa.

Siamo andati a cercare di capire come è nato e da chi è arrivato quel tweet che ha dato la stura al sindaco più twittero d'Italia a ritagliarsi la sua meritatissima celebrità.

Tanto per cominciare non è uno studente, ma una studentessa. Ha 17 anni e frequenta, ovviamente, una scuola superiore di Bari. E' una fan di Demi Lovato, di Glee, degli One Direction (ho messo un po' di link per gli over 19) e, come molti della sua età, passa le giornate su twitter. Nella sua carriera ha oltre 30mila tweet.


E' domenica ed a Bari sta piovendo. Ma non è questo il punto. Lei deve fare un sacco di compiti.



 Questo ce lo fa sapere dal suo letto, perché, ancora non si è alzata



Il peso della responsabilità scolastica, tuttavia, la opprime. E pensa (e scrive, ovvio): "magari Emiliano avrà chiuso le scuole per tre giorni" (da tanto che piove, no?). Sarebbe una salvezza straordinaria, il sogno di tutti gli studenti. Un impetuoso fenomeno atmosferico alla vigilia di una temuta interrogazione che fa chiudere le scuole e bomba libera tutti. Si alza alle 12.30.

Poi, probabilmente dopo un lauto pranzo, ha un sussulto.



 Però, poi niente, non ce la fa:



Il pomeriggio prosegue fra amenità varie, video musicali, amarezze personali, dialoghi con i sindaci.



Fino allo scambio di vedute con il suo sindaco





Ah, forse vi starete chiedendo come è andata a finire, visto che la storia la scrivono sempre i vincitori.

La ragazza ha cambiato nome utente twitter. E ha cancellato il tweet incriminato dal suo profilo.

Ah, il giorno dopo è stata interrogata a matematica


E anche con la grammatica italiana, pare di capire, non è che ce la caviamo granché.