19 marzo 2014

Ecco perché sulle Province sta per scoppiare un casino tremendo

"Le Province sono enti inutili, da abolire".

Questa affermazione è diventata, negli ultimi anni, una sorta di mantra della politica italiana sulla quale sembravano tutti d'accordo. Non senza tutta una serie di ragioni valide e logiche: aumentare i centri di potere sul territorio spesso complica le cose e crea tutta una serie di ostacoli burocratici di cui si potrebbe fare a meno. Senza contare il risparmio, più simbolico che risolutivo, degli stipendi di presidenti e assessori.

Ma si tratta di un tema scivolosissimo, sia dal punto di vista pratico sia da quello psicologico, tanto che gli ultimi due governi su questo aspetto ci si sono fatti male.

Oltre agli ovvi motivi di gestione del potere territoriale (tema troppo spesso sottovalutato nelle dinamiche che portano a scelte politiche nazionali) c'è da tener conto di un altro aspetto: se la Provincia (intesa come ente) è considerata poco utile, la provincia (intesa come definizione territoriale) è l'ambito più reale che ci sia nel nostro paese: la storia italiana è tutta fondata sul rapporto fra la città e il suo "contado" e non è un caso se moltissime organizzazioni della società civile (partiti, sindacati, associazioni di categoria) sono fondate proprio su scala provinciale.

Il ddl Delrio pareva aver trovato un buon compromesso: le Province rimangono (anche per non creare vuoti normativi o indigeribili accrocchi geografici) ma decadono i loro organi. Diventano cioè enti di secondo livello, una sorta di associazione dei Comuni governata dai sindaci, ai quale decidere, d'intesa con le Regioni, quali servizi delegare.

Dopo l'approvazione alla Camera, il ddl è impantanato al Senato, dove è ingarbugliato con la legge elettorale, bloccato da una serie di veti incrociati, ostruzionismi e opposizioni più o meno latenti.

Il casino scoppierà perché il tempo stringe.

Entro i primissimi giorni di aprile (la legge parla di 55 giorni) il ministero dell'Interno dovrà convocare le elezioni amministrative, che saranno il 25 maggio, insieme alle Europee. Vanno al voto 4mila Comuni e, se il ddl non sarà approvato in tempo, anche una cinquantina di Province, alle quali, teoricamente, se ne aggiungerebbero un'altra ventina che sono state commissariate negli anni scorsi.

Se, nei prossimi dieci giorni, il Parlamento non approverà il ddl (che quasi inevitabilmente dovrà poi tornare alla Camera per le inevitabili modifiche) il ministero dell'Interno sarebbe teoricamente tenuto a convocare le elezioni anche per le Province.

In realtà sul tema c'è dibattito: la legge di stabilità, infatti, prevede, come successo l'anno scorso, che in attesa di una formale abolizione delle Province dalla Costituzione, le Province che vanno a scadenza siano commissariate. Tuttavia molti Tar hanno già dichiarato illegittimo il commissariamento e alcune Regioni hanno annunciato di ricorrere alla Corte Costituzionale. Il governo e il ministero dell'Interno (guidato dal leader di un partito, il Nuovo Centrodestra, che non è fra i principali fan del ddl Delrio) potrebbero essere, insomma, in imbarazzo a varare un decreto di commissariamento che riguarda circa tre quarti delle Province italiane. Ma ancora più in imbarazzo ad indire un'elezione per enti con una ravvicinatissima data di scadenza.

Se venissero indette le elezioni, insomma, in moltissime contrade d'Italia i partiti saranno costretti a cercare persone disposte a candidarsi ed impegnarsi in una campagna elettorale per una carica che potrebbe durare un anno o anche meno. E convincere i propri elettori a votarli per una cosa che, molto probabilmente, servirà a poco.

Completa il quadretto un'incertezza complessiva che riguarda i Comuni che vanno al voto: dai più grandi (il percorso delle città metropolitane sarà rimandato un'altra volta) ai più piccoli. Quelli sotto i tremila abitanti, a due mesi dalle elezioni, non sanno se avranno un consiglio composto da sei (come dice la legge attuale) o da dieci componenti (come prevede un emendamento al ddl). Quelli sotto i mille abitanti non sanno se avranno o meno la giunta.

Dulcis in fundo, visto che il ddl Delrio è legato a doppio filo all'approvazione della legge elettorale ed alle riforme istituzionali, temi su cui non solo il Governo si è impegnato a tal punto da metterci in palio la propria faccia, ma su cui si fondano anche le alleanze con la maggioranza per l'esecutivo e quella con Forza Italia per le riforme, ecco perché il pericolo più grosso per il Governo, al momento, sembra arrivare ancora una volta dalle innocue, inutili e bistrattate Province.

16 marzo 2014

E' Beppe Maniglia il problema di Bologna? Sì, in un certo senso

Nella assurda discussione seguita alla multa fatta dai vigili urbani di Bologna a Beppe Maniglia è emersa spesso, soprattutto fra i suoi fan, una domanda ricorrente: con tutti i problemi che ci sono a Bologna bisogna proprio prendersela con lui? E' Beppe Maniglia il problema di Bologna? La mia risposta è sì, in un certo senso.

(Breve spiegazione per i non bolognesi): Beppe Maniglia è un bizzarro signore di 71 anni che ha avuto una certa notorietà televisiva in passato quando gonfiava le borse dell'acqua calda fino a farle scoppiare. Da 35 anni si esibisce nei fine settimana in piazza Maggiore, suonando la chitarra con un sound system da 10mila watt montato sulla sua Harley Davidson.

Beppe Maniglia, ovviamente, non è un problema della città. Ma chi lo considera un simbolo di Bologna sì.

C'è stata una certa indignazione per questa multa, dovuta soprattutto al fatto che la sua smodata amplificazione, soprattutto nei giorni in cui le vie centrali di Bologna sono pedonalizzate, di fatto impedisce a qualunque altro musicista di strada nel raggio di 500 metri di suonare. Le regole, quando sono giuste, servono per difendere i più deboli, quella di Beppe Maniglia è una prepotenza che l'autorità pubblica ha il dovere di sanzionare.

Se io andassi in una via del centro con un'amplificazione di quel tipo, mi porterebbero via dopo 5 minuti. Non è solo una questione di disturbo alla quiete pubblica: e lo dice uno che sul disturbo alla quiete pubblica con la musica ha anche una certa esperienza personale.

Ma c'è stata soprattutto una sollevazione di persone che hanno detto: nessuno tocchi Beppe Maniglia, che è un simbolo della città (in linea di massima sono gli stessi che non vogliono che d'estate si facciano i concerti all'aperto). Sono le persone che per abitudine, per pigrizia o per paura, si sono convinte che Beppe Maniglia sia un grande musicista e gli altri busker che popolano la piazza nei fine settimana degli sfigati drogati.

In realtà ogni altro musicista di strada che suona in centro a Bologna è molto più bravo ed interessante di Beppe Maniglia, che suona una chitarra elettrica, sopra orrende basi preregistrate. E il fatto che centinaia di persone si fermino ad ascoltarlo a me pare già un primo problema da risolvere: una città che si fregia del titolo di 'Creativa della musica dell'Unesco', dove Abbado ha fatto nascere l'orchestra Mozart, dove sono passati Dalla, Guccini e tanti altri è un segnale inquietante sulla cultura musicale della gente.

Ma non voglio fare lo snob: il bello della musica di strada è proprio la patchanka: tanti generi, tanti stili, qualcuno più bravo, qualcuno meno. C'è posto per tutti: a patto, però, che nessuno usi la sua prepotenza di decibel per sovrastrare e non far suonare gli altri.

Quindi, diciamolo una volta per tutte, Beppe Maniglia non è e non deve essere un simbolo di Bologna. E' soltanto un simbolo di prepotenza, arroganza, sciatteria e cattiva musica. Tutto quello, ovvero, che Bologna non deve essere nell'immagine che deve dare ai suoi cittadini e a chi arriva da fuori.

Detto questo sulle strade di Bologna deve esserci posto anche per Beppe Maniglia. Così i nostalgici della inesistente 'Bologna che fu' potranno ascoltarlo. Ma alle stese condizioni degli altri, così, magari, quegli stessi nostalgici, non più rincoglioniti dai decibel e dai pregiudizi, potranno anche rendersi conto che a 50 metri ci sono tre ragazzini che fanno musica infinitamente migliore.

A quel punto, se qualcuno vorrà cacciare Beppe Maniglia (come qualunque altro musicista di strada) io andrò ad incatenarmi con lui, per difendere il suo spazio in cui fare la sua pessima musica.

13 marzo 2014

Furti di macchinine. Succede a Pistoia: se non ci siete mai stati andateci

C'è una piccola città, che non ama far parlare di sé, dove ogni tanto succedono cose bizzarre, ma piuttosto esemplificative: è Pistoia, se non ci siete mai stati andateci, vi sorprenderà.

Succede che l'ex sindaco, Renzo Berti, vada al supermercato con la famiglia. Il figlio vuole che il babbo gli compri una confezione di macchine (9 euro). Il babbo non vuole, perché non è che ai bambini si possano sempre dare tutte vinte. Il piccolo, facendo il suo dovere di bambino, pianta un capriccio e cerca un sistema per fregarlo. Apre la confezione di macchinine e ne infila una nella tasca del babbo. Lui non se ne accorge, gli addetti alla sicurezza del supermercato sì.

Quando va alla cassa gli fanno notare che nella tasca della giacca ha una macchina "rubata". Con l'imbarazzo di un genitore di un bambino che ha appena fatto una marachella in un luogo pubblico, si scusa mille volte e paga l'intera confezione di macchine. Il supermercato, ovviamente, non denuncia il fatto alle autorità, anche perché non ha avuto un danno, visto che il giocattolo è stato regolarmente pagato.

Succede che un blog scrive della faccenda (senza fare il nome del protagonista) e succede che per la procura di Pistoia si tratti di una 'notizia criminis' di tale importanza da rendersi necessaria un'inchiesta ed un'incriminazione di ufficio per furto aggravato (reato perseguibile anche senza querela da parte del danneggiato).

Un fatto piccolo, che però spiega abbastanza bene come funziona la giustizia italiana.

Verranno spesi centinaia, forse migliaia di euro di denaro pubblico, fra notifiche, udienze, tempo impiegato da parte dei funzionari statali per perseguire un reato che le stesse vittime ritengono di non aver subito.

E forse qualcuno, probabilmente, dovrebbe spiegare che in una città talmente tranquilla dove non succede mai niente non c'erano casi più importanti ai quali dedicare tempo e risorse pubbliche.

11 marzo 2014

Renzi ricompensa gli elettori del Pd

Con l'annunciato taglio dell'Irpef per andare ad alleggerire il cuneo fiscale, Matteo Renzi ha annunciato di fare una cosa che il centrosinistra italiano, nelle sue esperienze di governo, praticamente non ha mai fatto: premiare i suoi elettori.




Il taglio dell'Irpef, secondo lo schema che è stato anticipato (poi, ovviamente, saranno da vedere ed analizzare con attenzione regole, modalità e, soprattutto, coperture) segna però un primo dato di fatto molto interessante. Il taglio, per come è stato concepito, andrebbe infatti a beneficio di chi ha una busta paga (e quindi un lavoratore dipendente) inferiore ai 1.500-1.600 euro. Sono tagliati fuori i pensionati, i commercianti, gli artigiani e i lavoratori cosiddetti atipici. Oltre che i lavoratori dipendenti più facoltosi e quelli che guadagnano talmente poco da non pagare, di fatto, l'Irpef.

Si tratta, in sostanza, di un atto assunto nell'interesse della constituency del Partito Democratico: impiegati, operai, insegnanti, dipendenti pubblici, ovvero quella larga fetta di Italia che non si trova in una condizione di povertà, ma che negli ultimi anni ha visto deteriorarsi la propria situazione economica: se dieci anni fa facevano parte della medio-piccola borghesia adesso sono, spesso, poco sopra il livello di povertà. Che non possono beneficiare di rendite particolari e che non hanno mai (anche perché non ne avevano possibilità) attinto all'integrazione dell'elusione fiscale.

Un blocco sociale che, in larga maggioranza, in questi ultimi anni si è affidata al Partito Democratico. Ma che potrebbe, in un futuro non lontano, non farlo più se non vedesse un segnale concreto da parte della forza politica che ha votato negli ultimi anni.


05 marzo 2014

Putin, Vecchioni, Trapattoni e il nobel: ecco perché non è una cosa seria

La candidatura di Putin al nobel per la pace è una roba simile alla candidatura di Vecchioni (con tutto il rispetto per Vecchioni).

Ci sono migliaia di persone (compresi tutti i parlamentari di tutte le nazioni) che possono candidare qualcuno al nobel per la pace. Fino ad ora gli amici scandinavi le tenevano segrete, però poi succedeva che qualcuno comunicava la candidatura che aveva avanzato e quindi le voci impazzivano incontrollabili.

L'operazione trasparenza, però, ha pro e contro.

Quindi non è vero che il nobel ha candidato Putin. E' vero che, probabilmente, qualche parlamentare russo, cortigiano del nostro, abbia improvvidamente fatto il nome di Putin, come avrebbe potuto fare il nome di chiunque altro.

Un po', insomma, come quei parlamentari che al primo scrutinio per l'elezione del presidente della Repubblica votano per Giovanni Trapattoni.

Quando daranno il nobel per la pace a Putin andiamo tutti insieme ad incatenarci a Oslo. Fino ad allora ridiamoci sopra che è meglio.